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31 marzo 2006
Una pianta per un bambino solo.
Tanto tempo fa in gallura, la maggior parte delle persone abitava negli stazzi. Erano, questi, costituiti da una casa molto semplice, ove viveva la famiglia, con tanto spazio intorno. La famiglia, coltivando il terreno, allevando le mucche, le pecore e le capre, produceva il necessario per vivere. Non c'era la televisione, le scuole erano troppo lontane e non c'erano neppure le vetrine per guardare i giocattoli e sognare. In uno di questi stazzi abitava un bambino di circa dodici anni. Viveva insieme al padre ed alla madre in una casetta linda e bianca, con uno spazio per giocare davanti all'ingresso, sempre illuminato dal sole di mezzogiorno.
Le giornate di quell'inverno scorrevano lente, tutte uguali e il bambino, che pure aiutava il babbo per quanto poteva, era triste, si annoiava: gli mancava un amico e un giocattolo con cui distrarsi.
Un mattino, ai primi tepori della primavera, il bambino era seduto su un prato e osservava tutto intorno e ammirava il risveglio della natura. Gli animali del bosco, senza paura, si rincorrevano quasi per gioco. Solamente lui non aveva con chi giocare e, mentre pensava, due grosse lacrime, quasi involontariamente, rigarono le sue guance, caddero a terra e arrivarono fino al cuore di Madre Natura.
Improvvisamente, il bambino sentì i profumi di mille fiori, profumi che gli erano sì familiari, ma che mai aveva sentito così intensi, tanto da sembrargli che quella vecchia pianta di sughera agitasse la chioma. Eppure non c'era vento. Persino quelle radici, messe a nudo dai cinghiali alla continua ricerca di cibo, mostravano tremiti, quasi a voler accennare un timido passo; un ramo si abbassò ed egli sentì la guancia sfiorata a guisa di carezza.
Tutto sembrava reale ed irreale; e poi, come se arrivasse da tanto lontano, una voce quasi burbera, eppure dolce, gli chiese: - Perchè piangi bambino? - Perchè mi sento solo e mi annoio, non ho un giocattolo e neppure qualcosa per cotruirne uno, - rispose il bambino un pò impaurito. - Ebbene, - rispose la voce dell'albero, che era poi la natura, - io farò nascere una nuova pianta, tanto tenera che potrai costruirci i tuoi giocattoli, tanto leggera che potrai portarla sempre con te e tanto nutriente che nessun animale potrà mai mangiarla tutta, pena la sua morte.
Immediatamente, vicino al bimbo, crebbe una strana pianta, un bastone con foglie filiformi, diritto e con diametro di circa sette-otto centimetri: la "ferula" era stata creata da Madre Natura, che la fece seccare subito dopo, così il bambino potè facilmente reciderla. Ricavò un bastone leggerissimo ma resistente ed imparò a costruirsi tanti giocattoli.
Un giorno legò il bastone in punta, quindi lo spaccò longitudinalmente e, con pochi pezzetti di legno, costruì un carro bellissimo; tagliò due pezzi uguali, ci infisse quattro legnetti ed ottenne i buoi da attaccare al carro; e così di seguito. Fabbricò persino uno sgabellino leggero e resistente, che gli consentì di ricavarsi sempre un posticino vicino al camino, per ascoltare le interminabili storie di cui "li conti di fuchili" che i grandi raccontavano nelle veglie delle notti invernali.
Lui ascoltava e sorrideva poichè, tra le tante storie, la sua era la più bella, perchè nata per asciugare le lacrime di un bambino solo.
Ho scritto questo racconto quando avevo dodici anni e lo ho ritrovato quasi per caso perchè ho incontrato da poco una mia vecchia insegnante che ha custodito con cura questo mio vecchio tema. La scorsa settimana mentre leggevo un inserto di un quotidiano (Salute di Repubblica) la mia attenzione si è soffermata su un articolo di un gruppo di ricercatori americani che in Sardegna appunto sta studiano "la Ferula" per curare la mia patologia. Strana la vita. Tutto torna come questa semplice pianta che affascinò molto la mia infanzia e che ora quasi magicamente rassicura il mio futuro.
| inviato da il 31/3/2006 alle 23:1 | |
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